santa ildegarda e i suoi biscotti

Io sono un essere senza istruzione, e non so nulla delle cose del mondo esteriore, ma è interiormente nella mia anima che sono istruita.” (Patrologia Latina 189 C). 

Niente è come sembra – Franco Battiato

Parleremo un poco di Santa Ildegarda e dei suoi famosi Biscotti della Gioia, anche se su questa Santa, antica ma modernissima, moltissimo ci sarebbe da dire.

Per chi fosse interessato alla sua biografia rimandiamo al link qui sotto

Ildegarda ha, dalla nascita, una visione, che non l’abbandona mai: “Già all’età di tre anni vidi una luce così grande che la mia anima ne fu sgomenta, ma a causa della mia tenera età, non ero capace di esprimere quanto provavo. Da quando a otto anni avevo lasciato i miei per essere offerta alla vita spirituale fino a quindici anni, ero solita a raccontare con semplicità quanto vedevo nella mia visione, sicché chi mi ascoltava se ne stupiva, chiedendosi da dove e da chi io conoscessi quanto dicevo. E io stessa me ne meravigliavo, perché mentre nell’anima mia avevo la visione di tante cose, continuavo a vedere anche quanto mi stava intorno”.

Però questa visione non le pregiudica anche un contatto con la realtà, la sua è quindi un’anima sempre piena sia di spiritualità che di sapere. Scrive, in tarda età: “Sin dalla prima infanzia e fino all’ora presente trovo la mia gioia in questa visione; in questa visione la mia anima sale fino alle altezze del firmamento. Quanto io nella visione vedo, non l’avverto con gli occhi che vedono quanto sta di fuori, né l’ascolto con le orecchie esteriori, né l’avverto con il pensiero del mio cuore, né con altra mediazione dei cinque sensi. Piuttosto lo vedo nell’anima mia ad occhi aperti, perché mai ho provato la perdita di conoscenza propria dell’estasi, mentre questa visione io l’ho da sveglia, di giorno come di notte. E la luce che io vedo non ha a che fare con il luogo in cui mi trovo; è molto, molto più luminosa di ogni nube che porta con sé il sole e non riesco a scorgerne né altezza, né lunghezza, né larghezza. Mi è stato fatto conoscere il suo nome: ombra della luce vivente. Come il sole, la luna, le stelle si specchiano nell’acqua, così in questa luce mi si presentano, sfavillanti, scritti, parole, virtù, azioni e quanto lo vedo e apprendo nella visione lo conservo a lungo nella memoria, perché mi basta di vedere alcunché nella visione per ritenerlo a mente, Vedo, ascolto e so, tutto nello stesso tempo e in un istante apprendo perfettamente quello che poi so…non so nulla che non abbia veduto”.

Non cade quindi in estasi, non ha visioni nei sogni, ha una mente assolutamente ricettiva al mondo, ha una conoscenza molto profonda di problemi filosofici, teologici, di scienze naturali, eccetera, mentre lei afferma di non aver mai studiato. Questa conoscenza noi la possiamo vedere nei suoi scritti, libri e lettere. Si rivolge ad abati, a sacerdoti, a laici, a persone semplici, all’Imperatrice di Bisanzio, al re d’Inghilterra, a membri di tutte le classi sociali con una franchezza, una chiarezza e un coraggio formidabile. Scrive su tutto: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, musica e astronomia, ma anche scritti di medicina, diritto canonico, diritto civile, teologia e filosofia.

Si interessa soprattutto dell’Uomo e dello sviluppo della sua personalità, che non è solo crescita di capacità, per raggiungere poi un risultato, che dà la possibilità di affermarsi nella vita. C’è uno sviluppo della personalità che dovrebbe precedere o per lo meno svolgersi parallelamente; non si tratta della capacità “tecnica”, ma dello sviluppo di una personalità diversa, interiore, che ci permette di diventare veramente uomini. Non è cosa facile, l’Uomo è composto d’anima e corpo; dunque, deve sviluppare l’una e l’altro in armonia.

La prima armonia, quella più importante, di cui spesso parla Ildegarda è quella che ci deve essere nell’uomo tra scienza e fede. La fede per Ildegarda è pure una scienza, quella delle realtà interiori e di quelle divine, una scienza capace di comprendere queste meglio d’ogni altra, per lei è “luce, occhio, chiarezza, splendore abbagliante” e nello stesso tempo è ombra. Ildegarda dice: “L’uomo che per la sua scienza, per l’occhio interiore, riesce a vedere quello che all’occhio esteriore rimane nascosto e di ciò non dubita, costui crede fermamente”, noi spesso contrapponiamo queste due qualità: scienza e fede, ma, per Ildegarda, non sono in contraddizione.

“I fiumi derivano dal mare”

Nella natura tutto possiede la viridità (https://www.treccani.it/vocabolario/viridita/), che per Ildegarda è la forza vitale, il verde di vita, la forza naturale, ciò che è sano, sanante, intatto, sinonimo d’integrità. Si parte dalla terra per arrivare all’uomo e l’uomo quando scopre, legge e comprende “il libro della natura”, scopre quale sia il suo posto, la sua funzione nel mondo. Da qui deriva il rispetto per le cose, per il mondo e per le persone. L’uomo è unito al mondo. deve trovarsi in accordo con la natura, con la materia e con lo spirito cioè con il corpo/materia e con l’anima. La nostra personale armonia, che non è soltanto un’armonia di noi stessi in noi stessi, la dobbiamo trovare lì dove viviamo, con il mondo in cui viviamo, e con le persone. E il corpo ha un compito importante in tutta l’esistenza dell’uomo, corpo e anima formano un solo uomo.

“Nonostante le loro diverse nature (corpo e anima), esistono entrambi nella comune realtà, perché, nel pensiero, al corpo lo spirito aggiunge ogni concentrazione di calore con l’assimilazione dell’acqua, la verde freschezza che dà vita, la viridità e si unisce al corpo”, anche i sensi corrispondono agli elementi: dal fuoco l’uomo riceve la vista, dall’aria l’udito, dall’acqua il movimento e dalla terra il suo passo fermo. E come gli elementi tengono insieme il mondo, così sono essi a dare forma e tenere insieme l’organismo dell’uomo.

“Lo stomaco è luogo dell’apertura per il mondo ed è capace del mondo, atto a prendere in sé il mondo, perché è capace di ricevere gli elementi per nutrirsene. Da parte sua, l’universo è come uno stomaco gigante, che, fino a che abbia vita, filtra le materie del mondo attraverso noi stessi. Attraverso lo stomaco, l’uomo fa proprie le energie intime delle creature e le ridà fuori di sé per mantenersi in vita e anche per trovarsi in continua corrispondenza con la sua fine”. Ildegarda vuole farci sentire quanto siamo collegati all’universo; come la nostra vita non è una vita singola, che esiste solo per se stessa, ma serve per comunicare tra noi e l’universo. Nella ricerca che i sensi possono darci dell’armonia.

Santa Hildegarda com suas religiosas, iluminura da enciclopédia “Omne Bonum”, de James le Palmer – Biblioteca Britânica, Londres – Foto: Reprodução

E per noi di Cibusmentis questi sono insegnamenti importanti, noi che cerchiamo cibi buoni per la salute del corpo e dello spirito.

“Tu sei ciò che mangi”.

Con queste parole Ildegarda fissa una delle sue regole principali, che prevede un’alimentazione equilibrata, una specie di dietetica della felicità. Un regime alimentare che cambia con l’alternarsi delle stagioni, prediligendo di volta in volta cibi differenti, poiché i bisogni nutritivi cambiano anche in funzione del clima ovvero della temperatura e del grado di umidità/secchezza.

Per questo motivo Ildegarda sottolinea la necessità di consumare, in inverno, cibi caldi e secchi, che nutrirebbero particolarmente fegato ed intestino, sottoposti in questo periodo a maggiori sforzi organici ed energetici. Sono da prediligere cibi cotti, anche a lungo, che richiamano un minor calore digestivo nella zona dello stomaco ed evitano di raffreddare le estremità e le altre membra. Altro punto fondamentale per Ildegarda è l’uso delle spezie che deve essere ragionato e non casuale. È il regime alimentare ildegardiano, regolato dalla viridità o energia vitale, che si trova nascosta nella natura. Questa energia è in grado di mantenere in vita e di rigenerare giornalmente le nostre cellule e il nostro organismo. Il suo segreto curativo si trova, ad esempio, concentrato nel farro,  uno degli alimenti con maggiori proprietà curative secondo il regime ildegardiano. Dice “il farro è il cereale migliore, poiché esso riscalda e ingrassa, è di alto valore e più leggero di tutti gli altri cereali. Chi mastica il farro, si procura una buona carne. Rigenera il sangue, rilassa l’animo e rende l’uomo più allegro. In qualsiasi modo sia preparato, sia come pane che come altro cibo, il farro è buono e ben digeribile”. 

E così, con spezie e farro siamo arrivati ai famosi Biscotti della felicità! Ildegarda non ha scritto vere e proprie ricette, ma si concentrava sugli ingredienti, dando preziosi consigli.

“Prendi  della noce moscata e cannella di pari peso e qualche chiodo di garofano e fanne polvere. E poi con questa polvere fai qualche tortino con la farina, mangiane spesso e …. si aprirà il tuo cuore… diventerà felice il tuo spirito, si purificheranno i tuoi sensi… e diventerai forte”.

Ingredienti:

Miscela speziata per i biscotti 

  • 20 g di cannella
  • 20 g noce moscata
  • 5 g di chiodi di garofano

Inoltre:

  • 400 g di farina di farro
  • 250 g di burro
  • 150 g di zucchero di canna
  • 200 g di mandorle tritate dolci
  • 2 uova intere
  • Un pizzico di sale
  • Acqua quanto basta

Preparazione

Lavorare il burro a temperatura ambiente fino a che diventa cremoso.
Mettere la farina sul piano di lavoro.
Aggiungere lo zucchero, le mandorle tritate, le uova e le spezie.
Impastare il tutto e quando tutto è ben amalgamato, mettere l’impasto in frigo o comunque al freddo per almeno 30 minuti.
Stendere la pasta e dare forma ai biscotti con 2 o 3 mm ca. di spessore.
Cuocere in forno su una teglia foderata con carta da forno a 150/170° C
fino a quando non diventano dorati, 20/25 minuti ca. 


Sono biscotti adatti ai bambini e studenti per la concentrazione, per l’equilibrio del sistema nervoso, in caso di debolezza .
Non mangiarne più del necessario per non avere effetti contrari, ma ricorda che:

«Sulla nuda roccia cresce solo sterpaglia spinosa. Proprio in questo modo l’astinenza esagerata dal cibo indebolisce l’uomo. Lo secca

O vis eternitatis

Questi semplici biscotti, con il loro aroma deliziosamente speziato e il gusto non troppo dolce ma deciso, aprono la nostra mente alla memoria che ci dona un intenso piacere, quel piacere che in modo magnifico descrive Proust quando parla delle madeleine in “Dalla parte di Swann”:

Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. È stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione (e proprio ora), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità… retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio. L’aspetto della piccola madeleine non mi aveva ricordato nulla, prima che ne sentissi il sapore; forse perché, avendone spesso viste in seguito, senza mangiarne, sui ripiani dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse perché, di quei ricordi per così lungo tempo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme– e anche quella della piccola conchiglia di pasticceria, così grassamente sensuale, sotto la sua pieghettatura severa e devota– si erano dileguate, oppure, assopite, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando di un passato lontano non resta più nulla, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore rimangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo. E appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine, inzuppato nel tiglio, che mi dava la zia (benché non sapessi ancora, e dovessi rimandare a molto più tardi la scoperta del motivo per cui quel ricordo mi rendesse tanto felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, dove era la sua camera, si adattò, come uno scenario di teatro, al piccolo padiglione che dava sul giardino, costruito sul retro per i miei genitori (quel lato tronco che solo avevo rivisto fin allora); e con la casa, la città, da mattina a sera, e con qualsiasi tempo, la piazza dove mi mandavano prima di pranzo, le vie dove andavo a far delle compere, i sentieri in cui ci si inoltrava se il tempo era bello.

Per chi volesse approfondire lo sterminato argomento Ildegarda di Binden consigliamo la visione su RayPlay della puntata su questa grande Santa (https://www.raiplay.it/video/2014/04/Il-tempo-e-la-Storia-Ildergarda-di-Bingen-santa-eclettica-della-modernit-del-29042014-64ea6692-2c71-4aa3-aecc-ab4ce33e214b.html), oltre alla infinita bibliografia e a queste, che incolliamo da Wikipedia:

Opere

La cosiddetta “trilogia profetica” di Ildegarda è costituita da:

  • Scivias, terminato nel 1151 (ed. Hildegardis Scivias, A. Führkötter – A. Carlevaris, CCCM, XLIII; XLIIIA, Turnhout, 1978).
  • Liber vitae meritorum, iniziato nel 1158 (ed. Sanctae Hildegardis Opera, J.B. Pitra, Monte Cassino, 1882).
  • Liber divinorum operum, terminato nel 1174 (ed. Liber divinorum operum simplicis hominis, in Patrologia Latina, vol. 197).

La trilogia costituisce anche un’opera sistematica di teologia morale

Gli scritti naturalistici di Hildegard sono riuniti nel

  • Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum, che nella tradizione manoscritta fu poi smembrato in due parti:

a) Physica o Liber simplicis medicinae (edd. C. Daremberg e F. A. Reuss, in Patrologia Latina, vol. 197, che rappresenta il testo del manoscritto parigino; il «Frammento berlinese» è stato edito da H. Schipperges, «Sudhoffs Archiv» 40 (1956), 41-77).

b) Causae et curae o Liber compositae medicinae (Causae et curae, ed. P. Kaiser, Leipzig, 1903).

Le altre opere sono:

  • Ordo virtutum (1152), la prima sacra rappresentazione del Medioevo (ed. Peter Dronke, Poetic Individualities in the Middle Ages, Oxford, 1970).
  • Symphonia harmoniae celestium revelationum, databile al (1151-1158) (ed. Hildegard von Bingen: Lieder, edd. P. Barth, M.-I. Ritscher e J. Schmidt-Gorg, Salzburg, 1969), che contiene le liriche musicate da Ildegarda;
  • Epistolae: ed. in Patrologia Latina, vol. 197; altre lettere in J. B. Pitra, Sanctae Hildegardis Opera, Monte Cassino, 1882; le lettere del manoscritto di Stoccarda sono state edite da F. Haug in «Revue Bénédictine» 43 (1931), 59-71; altre lettere dal manoscritto B sono state edite da Peter Dronke in Women Writers of the Middle Ages, Cambridge, 1984, 256-64.
  • Vita Sancti Disibodi
  • Vita Sancti Reperti
  • Expositio Evangeliorum
  • Explanatio Simboli S. Athanasii
  • Explanatio Regulae Sancti Benedicti
  • Lingua Ignota, Litterae ignotae: J. B. Pitra, Sanctae Hildegardis Opera, Monte Cassino, 1882 e in Patrologia Latina, vol. 197.

L’opera omnia di Ildegarda, nell’edizione della Patrologia Latina del Migne, è consultabile online con indici analitici.

Codici

Solamente tre codici del Liber divinorum operum sono sopravvissuti fino ai giorni nostri. L’unico codice miniato, contenente dieci visioni della santa, era appartenuto al Convento dei Chierici regolari della Madre di Dio di Lucca, digitalizzato dalla Biblioteca di Stato locale. Fra i temi presenti nel prezioso manoscritto: l’immagine dello spirito del mondo, la struttura del cosmo, il sistema dei venti, la figura umana collocata al centro dell’universo, il tema del mostro e delle figure fantastiche ed allegoriche, il globo terrestre, lo schema della città.

Sant’Ildergarda compose canti gregoriani in latino per coro femminile con assolo, mediante notazione neumatica: O rubor sanguinisSed diabolus (dedicato a Sant’Orsola). La direzione corale è complessa in quanto richiede una sorta di “descrizione della melodia nell’aria”, non limitandosi ad una scansione temporale del ritmo della frase musicale.

Nell’arte (film e documentari)

  • Vision – Aus dem Leben der Hildegard von Bingen è un film tedesco della regista Margarethe von Trotta, dove Barbara Sukowa interpreta Hildegard. Il giorno della prima del film, 17 settembre 2009 è stato scelto per ricordare il giorno della morte di Ildegarda. Presentato al Festival del cinema di Roma, al 2014 il film non è stato doppiato in italiano
  • in Barbarossa di Renzo Martinelli, Ildegarda predice all’imperatore le ragioni della sua sconfitta e la causa della sua futura morte.
  • Le visioni della santa e la lingua ignota costituiscono l’argomento principale del romanzo La pergamena maledetta (ISBN 978-88-541-5502-2) di Heike Koschyk, del 2013.
  • Il tempo e la Storia Ildergarda di Bingen: santa eclettica della modernità (puntata de Il Tempo e la Storia)
  • Nel film Niente è come sembra di Franco Battiato, Ildegarda di Bingen è interpretata dall’attrice Sonia Bergamasco.

Dipinti

La visione della Chiesa di santa Hildegard von Bingen è stata interpretata in chiave moderna dal pittore e incisore Giovanni Gasparro (n. 1983).

Musica

2011 Hildegard von Bingen la sibilla del Reno, O orzchis ecclesia: Ad Matutinum in I Nocturno, Symphonia harmoniae caelestium revelationum, Liber divinorum operum, Ensemble San Felice direttore Federico Bardazzi, Brilliant Classics

Nel 2019, Angelo Branduardi ha pubblicato l’album Il cammino dell’anima, nove brani ispirati all’opera di Ildegarda di Bingen.

Angelo Branduardi – Il cammino dell’anima

Un commento

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.